Questo sito si avvale di cookie necessari al funzionamento del sito ed utili alle finalità illustrate nella Cookie Policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione, acconsenti all’uso dei cookie.

Territorio

territorioIl territorio di Vastogirardi si estende per una superficie di 60,72 Kmq e confina con i comuni di Capracotta a nord, San Pietro Avellana, Castel di Sangro (AQ) e Rionero Sannitico ad ovest, Forlì del Sannio, Roccasicura e Carovilli a sud, Agnone ad est. Da un punto di vista morfologico, il territorio è separato da quello di Capracotta da rilievi che oscillano tra i 1300 e i 1350 metri, che discendono scoscesi sino alla piana di Sant’Angelo e a Difesa Grande, antica conca lacustre a quota 1100 metri da cui nasce il Trigno. Ad occidente sono i rilievi della Montagnola (1292 m.) e di Monte Miglio (1350 m.), a sud è Monte Pizzi (1370 m.), mentre ad est i rilievi della Montagna Fiorita con il Montarone (1278 m.).


territorioL’ambiente naturale è particolarmente rigoglioso di boschi, riserve e sorgenti. Nel Bosco della Contrada San Nicola troneggia, con la sua magnifica chioma e dall’alto dei suoi venticinque metri, “Re Fajone” (il Faggione), un antico esemplare di faggio di circa 500 anni di vita. La Riserva Naturale Orientata di Montedimezzo, Riserva MAB dell’Unesco, il Bosco di San Nicola, le Sorgenti del fiume Trigno, con Capo d’Acqua e Capo Trigno, e la presenza del Tratturo Celano-Foggia rendono Vastogirardi e i suoi territori particolarmente attraenti sotto il profilo naturalistico.

  



territorio



Sua maesta Re Fajone

B-01 Re Fajone.JPGIl secolare faggio “Re Fajone” si trova in territorio di Vastogirardi nella località denominata Valle Santa Maria, nel bosco di San Nicola, a poca distanza dal tratturo Celano-Foggia. Esso può a ragione considerarsi “il faggio tra i faggi”; di certo è il più grande faggio del Molise ed uno tra i più importanti ed imponenti a livello nazionale.

“Re Fajone”, cre fajonehe non significa “il Re Faggio” ma “Il Faggio” nel vernacolo locale, per quanto tutelato da preposta delibera comunale, oggi risente degli acciacchi dovuti alla sua secolare esistenza. Per essere un faggio, le sue dimensioni sono straordinarie: 25 metri di altezza e 6,40 metri di circonferenza. Si sa che è plurisecolare: la stima approssimativa è di circa 500 anni.

Dati generali

Comune montano in provincia di Isernia, a milleduecento metri d'altitudine, con circa settecentoventi abitanti. Il comune è ai confini con l'Abruzzo.

Regione: Molise
Provincia: Isernia (IS)
Zona: Italia Meridionale
Popolazione Residente: 718 (M 358, F 360)
Densità: per Kmq: 11,8
Superficie: 60,72 Kmq
CAP: 86089
Prefisso Telefonico: 0865
Codice Istat: 094051
Codice Catastale: L696
Denominazione Abitanti: vastesi
Santo Patrono: San Nicola
Festa Patronale: 3 luglio

Il Comune di Vastogirardi fa parte di: Comunità Montana Alto Molise


Comuni Confinanti:
Agnone, Capracotta, Carovilli, Castel di Sangro (AQ), Forlì del Sannio, Rionero Sannitico, Roccasicura, San Pietro Avellana

Particolarità Statistiche del Comune:
E' il terzo comune con estensione maggiore del territorio comunale (60,72 kmq) nella Provincia di Isernia. Lo precedono Agnone e Isernia

ll culto di San Felice da Cantalice

San feliceUna leggenda aleggia tra le brume di pioggia che abbracciano le distese di boschi e pascoli in cui si inserisce la frazione Cerreto. Una leggenda che tutti sanno e che tutti raccontano. Protagonisti sono una scrofa, un pozzo/palude d’acqua ed un quadro, raffigurante il Santo Felice, che miracolosamente viene rinvenuto in questo pozzo in cui la scrofa era andata a bere o a rinfrescarsi. Il quadro viene ripulito e gli abitanti del luogo, in più circostanze, intendono portarlo in una delle Chiese di Vastogirardi per conservarlo, ma una volta una pioggia torrenziale, un’altra un cavallo imbizzarrito ed altri segni convincono gli abitanti che “quel” quadro non voglia spostarsi da lì e dunque vi innalzano un piccolo luogo di culto, inglobando anche il pozzo. Da questo pozzo pare fuoriuscisse acqua miracolosa, tanto che sia donne incinte vi si recavano a piedi, da vicino e da lontano (l’acqua di San Felice pare aiutasse le donne a produrre latte), per prelevarne acqua e portarla con se, sia malati che da tale acqua confidavano guarigione. San feliceNella memoria dei locali si tramandano in particolare la guarigione di un nobile bolognese e diversi altri episodi di prodigi a favore di giovani donne. (Tratto da: Il culto di San Felice da Cantalice a Cerreto di Vastogirardi. Testi di Ida Di Ianni, progetto grafico a cura di Tobia Paolone. Volturnia Edizioni, Cerro al Volturno (IS) 2010.)

Il Volo dell'Angelo

CENTENARIO 1911 - 2011

voloCon la denominazione di “Volo dell’Angelo” viene identificato un rituale che si realizza in forma di sacra rappresentazione e che vede come “attori” dei fanciulli, i quali, opportunamente istruiti al compito ed appositamente vestiti per le esigenze sceniche, interpretano un ruolo che li rende protagonisti d’una tra le più suggestive cerimonie cultuali oggi presenti nella religiosità popolare italiana.
Alla fine dell’Ottocento, Angelo De Gubernatis, ospitando nella Rivista delle tradizioni popolari italiane, da lui diretta, un articolo di Gaetano Amalfi sul volo dell’angelo, ebbe a sottolineare che si trattava d’una costumanza piuttosto diffusa “nel Mezzogiorno, e specialmente nel Molise”. Nel prendere atto di tale asserzione, bisogna convenire che non è possibile oggi accertare quale fosse, a quel tempo, la reale presenza del rito nel territorio molisano. Sta di fatto che essa, attualmente, è del tutto marginale e non paragonabile alla tradizione di altre regioni, come, ad esempio, la Campania. Certo è che in passato più di un Paese molisano potesse vantare la pratica di simili rituali. A Campolieto, ad esempio, la calata è stata in uso fino a circa sessant’anni fa, e si metteva in scena in occasione della festa di San Michele Arcangelo (29 settembre). Anche ad Isernia c’era l’usanza d’una simile sacra rappresentazione. Il rito si svolgeva in Piazza San Felice, dove “…intorno al 1925 si organizzava il volo degli Angeli legando da una fune tra il palazzo Veneziane e il palazzo Magnante e lanciando nel vuoto due Angeli”. Si hanno notizie del Volo anche per Civitanova del Sannio; qui la rappresentazione era legata alla festa di San Felice martire (29-30 agosto). Per Campolieto, Isernia, Civitanova e Montorio si tratta di rituali non più praticati da decenni. C’è, però, un Paese molisano che può vantare un rilevante survival in tal senso: Vastogirardi, in provincia d’Isernia, il cui Volo dell’Angelo è stato sommariamente descritto, nel 1977, da Teodoro Busico.


voloL’inizio di luglio è periodo festivo importante per Vastogirardi. I primi due giorni del mese sono dedicati alla celebrazione della ricorrenza della Madonna delle Grazie, con la rappresentazione del “Volo dell’Angelo”, che tenta di coniugare religiosità popolare e spettacolarità. Il 3 luglio, inoltre, il Paese festeggia il patrono, San Nicola di Bari, in una data diversa da quelli che, in altri luoghi, sono i giorni solitamente riservati a questo Santo. A Vastogirardi, la tradizione del Volo non è molto antica. Infatti, per quanto documentato dalle fonti locali, la prima edizione risalirebbe al 1911. Si tratta di un’usanza mutuata da altre culture e trapiantata nella località altomolisana ad opera di Vincenzo Liberatore. Costui, all’esordio del Novecento, volle far ampliare la cappella dedicata alla Vergine delle Grazie. I lavori durarono una decina d’anni e la cappelletta si trasformò in una bella Chiesa. Terminate le opere, in occasione dell’inaugurazione dell’ampliato edificio sacro, Vincenzo Liberatore volle che l’evento fosse celebrato in modo caratteristico e memorabile. Pertanto, egli pensò a qualcosa in grado di meravigliare i suoi compaesani.

Fece, così, realizzare un sistema di carrucole che, collegando la Chiesa ad una casa che la fronteggia, consentisse di rappresentare la scena del “Volo dell’Angelo”. Sembra che egli abbia incontrato qualche scetticismo tra i suoi compaesani, i quali ritenevano pericoloso far scorrere in aria, appesa a delle corde, una bambina. Allora, per la prima edizione del Volo, che si tenne il 2 luglio 1911, Vincenzo decise che ad interpretare l’Angelo fosse sua figlia Maria Carmela. La rappresentazione ebbe favorevoli riscontri, ma negli anni immediatamente successivi non fu ripetuta. Infatti, anche perché oberato dai debiti a causa delle spese sostenute per l’ampliamento della Chiesa, Vincenzo Liberatore lasciò Vastogirardi ed emigrò nelle Americhe. La festa in tal modo tornò ad essere celebrata senza la scena dell’Angelo. Nel 1921, però, non si sa per quale input rivitalistico, il Volo fu nuovamente rappresentato e, dopo nuove interruzioni, la sacra rappresentazione ha trovato negli ultimi decenni regolare e documentato svolgimento.
voloL’Angelo viene rappresentato sempre da una bambina, preferibilmente di età compresa tra quattro e sei anni, anche se non sono mancate fanciulle di età superiore. La bambina viene vestita con un costume di scena (tunica monocolore e posticce ali decorate), quindi è assicurata ad un solido cavo d’acciaio per mezzo d’una imbracatura di cuoio, imbottita e foderata di velluto. L’imbracatura è dotata di un congegno di carrucole, al quale si legano pure le caviglie della bimba. Il percorso del Volo è lungo circa 40 metri e viene compiuto più volte, ad un’altezza di pochi metri dal suolo. L’Angelo “vola” dal balcone di una casa fino alla statua della Madonna che, in tale occasione, viene esposta davanti alla facciata della Chiesa. Una robusta corda, manovrata da uomini esperti, fa scorrere l’Angelo lungo il cavo d’acciaio. I voli sono accompagnati dalla musica che una banda suona a mo’ di colonna sonora ad ogni percorso di andata e ritorno. Il sistema di carrucole non consente all’Angelo di voltarsi, per cui la bimba compie i viaggi senza mai girare le spalle alla Madonna.
La sera del 1° luglio, alle 21 circa, l’Angelo, con ali bianche e vestito del medesimo colore, compie tre voli. Al primo, giunto dinanzi al simulacro, recita una preghiera di ringraziamento alla Vergine. Al secondo, sparge incenso verso la statua. Al terzo, lancia petali di fiori verso la Madonna e poi, lungo il tragitto di ritorno, anche al pubblico. La mattina del 2 luglio, dopo mezzogiorno, la rappresentazione si ripete con alcune varianti. L’Angelo stavolta indossa ali e abito celesti. Inoltre, ai tre voli compiuti secondo lo schema della sera precedente, se ne aggiunge un altro (effettuato come secondo passaggio) che vede l’Angelo donare, in nome di tutta la comunità, “un pegno d’amore” alla Vergine, consistente di solito in un monile d’oro offerto dalla famiglia della bimba che impersona l’Angelo. Le due rappresentazioni del Volo seguono una messa e precedono una processione. La processione serale del 1° luglio compie un percorso cittadino al termine del quale la statua della Madonna torna nella propria Chiesa. Quella mattutina del 2 luglio vede portare la statua nella Chiesa di San Nicola, dove resta fino al giorno seguente, data in cui Vastogirardi festeggia il suo patrono, per poi essere ricondotta nella Chiesa di origine. Il trasporto è curato dalle donne, cui è riservato tale ruolo in entrambe le processioni. La statua, in occasione della festa, è coperta di numerosi oggetti d’oro (anelli, bracciali, catenine, orecchini, collane) donati dai fedeli e applicati sulla stola. Viene da chiedersi se vi siano stati motivi religiosi che abbiano collocato la rappresentazione in una precisa data del calendario: il 2 luglio, giorno della Visitazione di Maria, ricorrenza che vuole commemorare l’incontro tra la Vergine e sua cugina Elisabetta, così come narrato nel Vangelo di Luca. Nel 1790, gli Officiali Fratelli della “Laicale Congregazione sotto il titolo della Beata Vergine della Visitazione della Terra di Vastogirardi”, con un atto rogato dal “Regio Notaro” Francesco Ercoli di Roccasicura, chiesero, tramite supplica rivolta a Ferdinando IV Re delle Due Sicilie, il “Regio Assenso” alle Regole del buon governo della Confraternita. La prima di dette Regole prevede “che nel dì due Luglio di ciascun anno (si) debba solennizzare la festa di detta S. Visitazione”. Vastogirardi, dunque, celebra religiosamente il 2 luglio da oltre due secoli. Bisognerà, però, attendere – come detto – il 1911 affinché la ricorrenza della Visitazione sia affiancata dalla festa in onore della Madonna delle Grazie, caratterizzata dalla sacra rappresentazione del “Volo dell’Angelo”, probabilmente ideato anche per ricordare la visita della Madonna a sua cugina Elisabetta. Pertanto, la data di celebrazione del Volo dell’Angelo di Vastogirardi sembra non essere casuale. Infatti, Santa Elisabetta e suo marito Zaccaria, che non riuscivano ad avere figli, furono protagonisti d’una annunciazione fatta da un Angiolo (l’Arcangelo Gabriele). (Tratto da:La Fanciulla con le ali. Il Volo dell’Angelo a Vastogirardi. Mauro Gioielli. Palladino Editore, Campobasso 2001. Foto del Volo a cura di Stefano Gerardi.)
voloSi elencano di seguito i nomi delle fanciulle con le ali dal 1911 al 2010. Per le annate non documentate, la manifestazione non s’è tenuta oppure non è stato possibile recuperare il nominativo.
1911 - Maria Carmela Liberatore
1921 - Giuseppina D’Aloiso
1922 - Giuseppina D’Aloiso
1923 - Giuseppina D’Aloiso
1928 - Lucia Carfagna
1933 - Filomena Di Benedetto
1934 - Filomena Di Benedetto
1935 - Filomena Di Benedetto
1936 - Maria Marracino
1937 - Maria Marracino
1938 - Maria Marracino
1946 - Giovanna Amicone
1947 - Giovanna Amicone
1948 - Elvira Amicone
1949 - Elvira Amicone
1950 - Giovanna Antenucci
1951 - Rosolina Spognardi
1952 - Rosolina Spognardi
1953 - Rosolina Spognardi
1954 - Giuseppina Farina
1955 - Giuseppina Farina
1956 - Cristina Bucci
1957 - Cristina Bucci
1958 - Maria Scocchera
1959 - Maria Scocchera
1960 - Maria Clementina Mastrostefano
1961 - Maria Clementina Mastrostefano
1962 - Maria Clementina Mastrostefano
1963 - Maria De Dominicis
1964 - Stella Scocchera
1965 - Stella Scocchera
1966 - Maria Di Rienzo
1967 - Maria Di Rienzo
1968 - Rosaria Di Tella
1969 - Rosaria Di Benedetto
1970 - Rosaria Di Benedetto
1971 - Aurelia Antenucci
1972 - Aurelia Antenucci
1973 - Maura D’Aloiso
1974 - Maura D’Aloiso
1975 - Angela Di Martino
1976 - Nicoletta Amicone
1977 - Claudia Grilli
1978 - Tiziana D’Alfonso
1979 - Maria Grilli
1980 - Alessandra Leone
1981 - Mara Masciotra
1982 - Maria Grazia Antinone
1983 - Daniela Amicone
1984 - Michela Di Ciocco
1985 - Federica Felice
1986 - Erica Masciotra
1987 - Rossana Della Valle
1988 - Aida Appugliese
1989 - Maria Teresa Cenci
1990 - Maria Teresa Cenci
1991 - Tania Appugliese
1992 - Ludovica Cea
1993 - Federica Di Bonito
1994 - Marianna Bucci
1995 - Floriana Amicone
1996 - Assunta Colucci
1997 - Giorgia Amicone
1998 - Ilaria Marchione
1999 - Jessica Lucarino
2000 - Elvira Magnacca
2001 - Elvira Magnacca
2002 - Laura Di Benedetto
2003 - Laura Di Benedetto
2004 - Martina De Dominicis
2005 - Martina De Dominicis
2006 - Alessia Bisciotti
2007 - Fabiana Antenucci
2008 - Maria Pia Antenucci
2009 - Carola Di Benedetto
2010 - Doris Cenci
2011 - Aurora e Angelica Mastrostefano

2012 - Marica Di Martino

2013 - Marica Di Martino

2014 - Noemi Antenucci

2015 - Noemi Antenucci

2016 - Gaia De Lellis

I Fuochi di Sant'Antonio

fuochiIl 17 gennaio, in occasione dei festeggiamenti in onore di Sant’Antonio Abate, le piazze e i vicoli del borgo antico si animano di maestosi ed ardenti falò: i “Fuochi di Sant’Antonio”.
La tradizione di accendere fuochi propiziatori per i raccolti della nuova stagione, proprio nel periodo più freddo dell’anno, ha origini pagane ed è legata all’apertura del Carnevale da tempo immemorabile. L’associazione di questi fuochi a Sant’Antonio Abate nasce dal fatto che nella mitologia cristiana Sant’Antonio è il guardiano dell’inferno, protettore degli animali e dei fabbricanti di spazzole di setola (che venivano fatte con le setole di maiale). A seguito della peste del 1656, nella quale perirono due terzi della popolazione del Regno di Napoli (a Vastogirardi il numero delle famiglie da 258 si ridusse a 88 nel giro di pochi mesi), la tradizione dei fuochi si propagò in tutti i paesi assumendo anche una valenza purificatoria. Il culto di Sant’Antonio Abate, chiamato in tutto il Regno “Sant’Antuono” per distinguerlo dal Santo di Padova, al quale era già dedicata una Chiesa nella piazza del paese, sotto la torre dell’orologio, la quale aveva anche funzioni di campanile, non poteva non propagarsi in una terra dove gli animali abbondavano e dove la transumanza ha costituito per millenni l’unico modello economico. La Chiesa matrice di San Nicola, un tempo completamente affrescata, conserva alcune parti di affreschi strappate ai muschi e all’umidità di anni di incuria, e in una di queste è ben riconoscibile Sant’Antonio Abate.
L’uso di appiccare fuochi nelle piazze e piazzette del borgo si è consolidato nei secoli e diviene più vivo proprio quando in molti paesi vicini se ne è persa la memoria. Ai giovani  viene affidata poi la tradizione di prelevare un po’ di brace dal fuoco del rione per trasferirla nel camino di casa ed utilizzarla per accendere il proprio fuoco. Con il grasso più puro del nuovo maiale veniva confezionato il pane di Sant’Antonio e con lo stesso grasso di produceva un unguento per curare l’infezione chiamata Herpes Zoster, più nota con il nome popolare di “fuoco di Sant’Antonio”. A Vastogirardi, come del resto in diversi paesi d’Abruzzo, le famiglie più abbienti usavano cuocere il mais sgranato e lessato per distribuirlo ai poveri (r’ sciusc ). Le persone più anziane ricordano ancora Maria Grazia di Serio, già vedova di Domenico Mascia, vittima del disastro minerario di Monongah nel West Virginia del 1907, poi compagna di vita del Notaio Scocchera, distribuire ogni anno, alla Valle Antonina, un mestolo di mais caldo ad ogni cittadino che lo desiderasse. Probabilmente per il suo aspetto esile venne chiamata “Graziungella”. (Testo a cura diClaudio Iannone.)

Il colle della Madonna

colleA pochi passi dal centro urbano di Vastogirardi svetta un’imperiosa ed incantevole pineta, sulla cui sommità ancora sono visibili i resti di una Chiesa databile intorno al XI secolo; la località è nota ai vastesi con il nome di “Colle della Madonna”. Intorno a tale luogo è nata una leggenda che è il mito di fondazione di un culto pugliese: quello della Madonna del Sabato, che si venera a Minervino Murge, nelle Puglie. Ecco il racconto, così come ancora è possibile ascoltarlo dalla bocca del popolo.
Sul Colle della Madonna s’ergeva una modesta cappella rurale, della quale restano solo i ruderi perimetrali. Vi si venerava la Vergine delle Grazie di Vastogirardi, detta anche la Castellana, la cui effige era dipinta su una parete. Nei pressi di quel luogo viveva un eremita. Egli, una notte, sognò la Madonna che gli disse: “Nessuno ha cura della mia casa. Qui tutto è malridotto e abbandonato. Vai dal prete del paese e digli che la chiesetta ha urgente bisogno di restauri”. La mattina seguente, l’eremita si recò dal prete; ma costui rifiutò di prestare qualsiasi aiuto. Tornato nella piccola cappella, l’eremita si inginocchio davanti alla Madonna e le riferì il diniego. “Se nessuno vuole occuparsi di questa mia dimora, disse la Madonna, è bene che me ne cerchi un’altra”. La notte stessa, infatti, l’affresco con l’immagine della Vergine delle Grazie si staccò dal muro e volò via, attraversando in un bagliore di luce il bosco di fronte alla chiesetta. Al suo passaggio, ogni vegetazione scomparve e restò solo un solco, ancora oggi visibile. Da allora lungo quel tratto di bosco detto “la selva”, non cresce più nessuna pianta. L’icona della Madonna, seguendo antichi percorsi tratturali, giunse in Puglia dove, trovata una grotta nei pressi di Minervino Murge, decise di restarvi finché non fosse stata edificata in suo onore una nuova e degna chiesa.
Un sabato di molti anni dopo, durante una battuta di caccia, un cane del principe Pignatelli, signore di Minervino, s’infilò in quella grotta. Seguendo l’animale il nobile cacciatore penetrò nella cavità sotterranea e rinvenne l’immagine raffigurante la Vergine con Bambino. Decise, allora, di far erigere in quel posto una chiesa, che oggi è diventata un santuario intitolato alla Madonna del Sabato, così detta in ricordo del giorno del ritrovamento. L’affresco fu esposto nel santuario e sul suo retro era visibile la scritta: Madonna delle Grazie, Castellana di Vastogirardi.colle
La provenienza vastese della sacra effige sarebbe avvalorata anche da un episodio ritenuto miracoloso. Si racconta, infatti, che quando si decise di togliere il dipinto murale dal luogo del ritrovamento per collocarlo sull’altare principale del santuario, nessuno si dimostrò in grado di sollevarlo e trasportarlo. Tentarono decine di persone, ma inutilmente. Poi si provò con un carretto trainato da buoi, ma invano. Quel giorno, fuori dalla chiesa, c’erano quattro pastori. Erano transumanti che avevano condotto i propri armenti nei pascoli circostanti. “Facciamo tentare i pastori”, disse qualcuno. “Sono loro che hanno adorato per primi Maria col Bambinello. Forse riusciranno dove gli altri hanno fallito”. I quattro, infatti, senza sforzo alcuno, sollevarono il pesantissimo affresco e lo trasportarono sull’altare. Quando fu chiesto loro da dove venissero, risposero: “Siamo pastori di Vastogirardi”. (Tratto da: La Fanciulla con le ali. Il Volo dell’Angelo a Vastogirardi. Mauro Gioielli. Palladino Editore, Campobasso 2001.)